"All’inizio è solo curiosità: qualcuno dice/scrive qualcosa di interessante che vuoi approfondire.
Poi tocca al gioco: una cosa tipo vediamo se capisce che sono intelligente brillante simpatica.
Poi, a volte, non sempre, è un brivido dietro la nuca; forse ha capito che sei intelligente brillante simpatica, e magari lo è anche lui, hai il dubbio.
Così è la volta dell’ansia: chissà se sono abbastanza carina. Come una specie di partita di poker, prima guardi le tue carte, poi fai due conti, poi bluffi.
Poi devi decidere se andare a vedere.
La maggior parte delle volte non vai, a vedere, perché il gioco è pericoloso, si sa.
E poi di solito non hai buone carte.
E poi, soprattutto, il gusto di giocare a volte è superiore a tutto il resto, con buona pace di chi gioca solo per vincere. Ma se vai a vedere? Ecco.
Se vai a vedere il gioco diventa qualcosa di simile a un gioco d’affetto.
Cominci con il messaggio del buongiorno, magari della buonanotte.
Poi ci si racconta delle cose.
Poi ci si telefona raccontandosi cazzate. Non è ben chiaro qual è il momento in cui cominci a occuparti dell’altra persona.
Sei in pena per una preoccupazione, per un mal di testa. Se il gioco si fa serio, ma serio davvero, cominci a fare pensieri assurdi, tipo non importa se non sei per me, basta che tu sia felice. Quello, sia chiaro, è il segno che si è passato il segno.
Che un gioco è diventato un’altra cosa, a cui, come al solito, non si sa dare il nome. Ma le cose senza nome, non è che non esistano.
Anzi.
Le cose senza nome, dato che non si sa come chiamarle, si ficcano direttamente sotto lo sterno e ci fanno casa. E lì, mentre ti alzi, lavori, cammini, riposi, cucini, sistemi, vivi, insomma, cresce qualcosa che ti fa sorridere senza motivo; che ti incupisce senza motivo; che ti commuove senza motivo. E noi qui, a chiederci quando è iniziato.
E, soprattutto, come andrà a finire."
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